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- Nel 2013 nasce 'Le Donne del Muro Alto' a Rebibbia.
- Dal 2020 il progetto si estende oltre il carcere.
- Nel 1791 Olympe de Gouges pubblica 'La Dichiarazione dei diritti'.
L’arte teatrale, strumento di riabilitazione e spunto di riflessione sociale, arriva alla Corte di Cassazione, gettando luce sul dibattito relativo al recupero dei detenuti. Il 1° aprile 2025, l’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Roma ha ospitato “Si va in scena!”, evento promosso dal Comitato Pari Opportunità della Suprema Corte, concentrandosi sull’aspetto essenziale sancito dall’articolo 27, comma 3, della Costituzione Italiana: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Un’Olimpiade di Giustizia e Umanità
L’evento ha potuto vantare la partecipazione eccezionale della compagnia teatrale “Le Donne del Muro Alto”, un progetto sorto nel 2013 all’interno della Casa Circondariale femminile di Rebibbia, grazie all’impegno dell’associazione Per Ananke. Sotto la direzione ispirata di Francesca Tricarico, attrice e regista con un passato di collaborazioni con i fratelli Taviani, l’iniziativa offre a donne recluse ed ex detenute un percorso di crescita e integrazione attraverso l’arte teatrale. A partire dal 2020, l’attività si è estesa oltre le mura carcerarie, coinvolgendo donne beneficiarie di misure alternative alla detenzione.
La compagnia ha portato in scena “Olympe”, una rappresentazione teatrale che racconta gli ultimi giorni di prigionia di Olympe de Gouges, alias Marie Gouze, drammaturga e attivista francese del XVIII secolo. Olympe de Gouges si distinse come figura rivoluzionaria, strenua sostenitrice dei diritti di donne, orfani, anziani, disoccupati e indigenti. *Nel 1791, diede alle stampe La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un testo giuridico che rivendicava l uguaglianza politica e sociale tra i sessi. –> Nel 1791, diede alle stampe un documento legale intitolato La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, nel quale rivendicava la parità politica e sociale tra i generi. La sua opposizione alla pena capitale inflitta a Luigi XVI le valse la condanna alla ghigliottina nel 1793.

Il Teatro come Ponte tra il “Dentro” e il “Fuori”
La rappresentazione di “Olympe” ha generato forti emozioni nel pubblico presente nell’Aula Magna della Corte di Cassazione. Le attrici, Bruna Arceri, Daniela Savu, Chiara Ferri e Raquel Electra Robaina Tort, hanno attraversato la sala, raggiungendo il palcoscenico e superando idealmente le distanze tra il mondo della giustizia e quello della reclusione. Le loro voci, intense di emozione e autenticità, hanno fatto vibrare le parole di giustizia e uguaglianza pronunciate da Olympe de Gouges durante la Rivoluzione francese, rendendo la sua vicenda drammaticamente attuale.
Francesca Tricarico ha rimarcato con fermezza che “Le Donne del Muro Alto” non vengono sfruttate, bensì retribuite per le loro performance. In questo contesto, il teatro si trasforma in uno strumento di inclusione sociale e professionale, offrendo alle ex detenute l’opportunità di ricostruire la propria identità e di partecipare attivamente alla società.
L’Articolo 27 della Costituzione: Un Valore da Attuare
L’iniziativa del Comitato Pari Opportunità della Suprema Corte ha offerto un’occasione significativa per approfondire il significato e l’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione Italiana. La presenza di magistrati, giuristi e attrici ex detenute ha favorito un confronto costruttivo sul recupero del condannato e sull’imperativo di assicurare trattamenti umani e rispettosi della dignità all’interno degli istituti penitenziari.
Margherita Cassano, Prima Presidente della Corte di Cassazione, e Pietro Gaeta, Procuratore generale della Corte di Cassazione, hanno manifestato il loro appoggio all’iniziativa, ribadendo l’importanza di promuovere i principi costituzionali e di proteggere i diritti fondamentali delle persone in stato di detenzione. Elisabetta Ceniccola, Presidente del CPO, ha evidenziato come, in un’epoca storica complessa come quella attuale, sia essenziale riaffermare l’importanza dei diritti delle donne e dei principi di parità e giustizia.
Riflessioni Finali: Un Nuovo Umanesimo Giuridico
L’evento “Si va in scena!” alla Corte di Cassazione ha rappresentato un momento di profonda importanza, offrendo l’opportunità di meditare sul ruolo del teatro come strumento di riabilitazione sociale e di promozione dei valori costituzionali. La testimonianza delle “Donne del Muro Alto” ha dimostrato come l’arte possa abbattere i confini tra il “dentro” e il “fuori”, offrendo alle persone detenute la possibilità di rifarsi una vita e di contribuire attivamente alla comunità.
La rieducazione del condannato è un principio cardine del nostro sistema giuridico, un valore che deve essere incessantemente promosso e salvaguardato. L’articolo 27 della Costituzione Italiana ci ricorda che la pena non deve essere intesa solo come una sanzione, bensì anche come un’occasione di evoluzione e trasformazione.
Nel 1791, diede alle stampe La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un testo giuridico che rivendicava l uguaglianza politica e sociale tra i sessi. –> Nel 1791, divulgò La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, un documento legale che invocava la parità politica e sociale tra i sessi.
Il teatro, in questo contesto, può svolgere un ruolo cruciale, offrendo alle persone detenute la possibilità di esprimere le proprie emozioni, di confrontarsi con la propria storia e di riscoprire la propria umanità.
Un Passo Oltre: Diritto e Umanità
Dal punto di vista legale, è importante considerare che l’articolo 27 della Costituzione si interseca con il principio di proporzionalità della pena. Questo significa che la sanzione penale deve essere adeguata alla gravità del reato commesso e deve tenere conto delle circostanze individuali del reo. Un approccio che valorizzi la rieducazione del condannato implica necessariamente una valutazione attenta della sua personalità, del suo percorso di vita e delle sue potenzialità di reinserimento sociale.
Inoltre, è fondamentale promuovere la giustizia riparativa*, un modello di giustizia che si concentra sulla riparazione del danno causato dal reato e sulla responsabilizzazione del reo. La giustizia riparativa può favorire il dialogo tra vittima e reo, promuovendo la comprensione reciproca e la riconciliazione.
L’iniziativa della Corte di Cassazione ci invita a riflettere sul ruolo del diritto nella costruzione di una società più giusta e inclusiva. Il diritto non deve essere solo uno strumento di repressione, ma anche un mezzo per promuovere la dignità umana e per favorire la riabilitazione delle persone che hanno commesso un reato.
Amici lettori, riflettiamo su questo: il teatro, l’arte, la legge, sono strumenti potenti nelle mani di chi vuole costruire un mondo migliore. Non dimentichiamo mai che dietro ogni sbarra, dietro ogni errore, c’è una persona, con una storia, con delle speranze, con un diritto alla redenzione. Sta a noi, come società, offrire loro questa opportunità.