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Storica sentenza: la Cassazione inchioda gli ultras juventini!

La condanna per associazione a delinquere apre un nuovo capitolo nella lotta alla criminalità negli stadi, segnando un precedente fondamentale per il futuro del tifo italiano. Approfondiamo i dettagli.
  • Condannati 5 esponenti ultras juventini nell'operazione "Last Banner".
  • 8 anni di reclusione per il leader dei Drughi, Dino Mocciola.
  • La Juventus subì pressioni estorsive nella stagione 2018-2019.

La Corte di Cassazione ha emesso una sentenza definitiva che segna un punto di svolta nel contrasto alla criminalità organizzata all’interno delle tifoserie calcistiche italiane. La decisione, resa nota il 19 marzo 2025, conferma le condanne per cinque esponenti della tifoseria organizzata della Juventus, coinvolti nell’inchiesta denominata “Last Banner”. Questo verdetto storico riconosce, per la prima volta, il reato di associazione a delinquere in relazione ad attività illecite legate al mondo del tifo, stabilendo un precedente giuridico di fondamentale importanza.

Le Condanne e i Fatti Contestati

Le condanne, ora definitive, riguardano figure di spicco del gruppo ultrà Drughi. Dino Mocciola, considerato il leader del gruppo, dovrà scontare una pena di otto anni di reclusione. Gli altri condannati sono Salvatore Cava (4 anni e 7 mesi), Sergio Genre (4 anni e 6 mesi), Umberto Toia (4 anni e 3 mesi) e Giuseppe Franzo (3 anni e 11 mesi). Le accuse a loro carico comprendono associazione a delinquere, estorsione aggravata, autoriciclaggio e violenza privata.

L’inchiesta “Last Banner”, condotta dalla Digos di Torino, ha fatto luce su una serie di pressioni esercitate sulla Juventus durante la stagione 2018-2019. La società bianconera, rappresentata dagli avvocati Luigi Chiappero e Maria Turco, aveva sporto denuncia, dando il via alle indagini. Secondo quanto emerso, gli ultras avevano messo in atto una strategia coordinata per condizionare le scelte della società, con l’obiettivo di riottenere benefit e privilegi, tra cui biglietti per le trasferte e altri vantaggi economici. Le azioni intraprese includevano scioperi del tifo, cori razzisti e minacce.

La Strategia Estorsiva e le Pressioni sulla Società

Il sostituto procuratore generale Alessandro Cimmino ha sottolineato come le frange estreme della tifoseria avessero orchestrato un’azione convergente per esercitare pressioni sulla Juventus. L’obiettivo era chiaro: influenzare le decisioni della società per ripristinare i benefit precedentemente revocati. Le indagini hanno rivelato una vera e propria strategia estorsiva, con richieste di biglietti gratuiti e altri vantaggi economici.

Nonostante ciò, questa questione non incide sulla sostanza della sentenza, che conferma la sussistenza di un’organizzazione criminale all’interno del gruppo di sostenitori juventini, mirata all’ottenimento di benefici illegittimi attraverso comportamenti di tipo estorsivo. La richiesta di 25 tagliandi omaggio per le partite rimane l’unico aspetto per cui la Cassazione ha richiesto un nuovo esame in Corte d’Appello.

Un Precedente Giuridico di Portata Storica

La sentenza della Cassazione rappresenta un precedente di grande rilevanza nel panorama giuridico italiano. Per la prima volta, viene riconosciuto il reato di associazione a delinquere in relazione alle attività di una tifoseria organizzata. Questo significa che i comportamenti illeciti all’interno degli stadi non sono più considerati semplici manifestazioni di passione sportiva, ma vere e proprie attività criminali organizzate.

La decisione della Suprema Corte ribadisce che gli stadi non possono essere zone franche dove comportamenti estorsivi e criminali vengono tollerati. La sentenza segna un importante passo avanti nella lotta per un tifo più sano e rispettoso delle regole, e rappresenta un deterrente per chiunque intenda sfruttare la passione sportiva per fini illeciti.

Verso un Nuovo Modello di Tifo: Legalità e Responsabilità

Questa sentenza storica apre la strada a una nuova era per il tifo italiano. La legalità e la responsabilità diventano i pilastri fondamentali su cui costruire un modello di tifo positivo, che valorizzi la passione sportiva senza cedere a comportamenti violenti o illegali. La decisione della Cassazione rappresenta un monito per tutte le tifoserie organizzate: la legge è uguale per tutti, anche per chi si nasconde dietro la passione per il calcio.

La lotta contro le infiltrazioni criminali nel mondo del tifo organizzato è una sfida complessa, che richiede un impegno costante da parte delle istituzioni, delle società sportive e dei tifosi stessi. La sentenza “Last Banner” rappresenta un importante passo avanti in questa direzione, ma è solo l’inizio di un percorso che deve portare a un cambiamento culturale profondo, in cui il rispetto delle regole e la legalità siano valori condivisi da tutti.

Amici, riflettiamo un attimo su questa vicenda. Spesso sentiamo parlare di “associazione a delinquere” in contesti lontani dal nostro quotidiano, ma questa sentenza ci ricorda che il crimine può infiltrarsi ovunque, anche nel mondo apparentemente innocuo del tifo calcistico.

Una nozione base di diritto che possiamo applicare qui è quella di concorso di persone nel reato. Anche se non tutti gli ultras hanno commesso materialmente gli stessi atti, il fatto di aver agito insieme, con un piano comune, li rende tutti responsabili delle azioni del gruppo.

E per chi vuole approfondire, c’è un concetto più avanzato: la responsabilità degli enti*. Le società sportive, come la Juventus in questo caso, possono essere chiamate a rispondere per i reati commessi dai propri tifosi, se non hanno messo in atto misure adeguate per prevenirli.
Questa sentenza ci invita a riflettere sul ruolo che ognuno di noi ha nella lotta contro la criminalità. Anche un piccolo gesto, come denunciare un comportamento sospetto o rifiutare di partecipare ad attività illegali, può fare la differenza. Il tifo è una passione meravigliosa, ma non deve mai diventare un pretesto per giustificare la violenza o la sopraffazione.


Articolo e immagini generati dall’AI, senza interventi da parte dell’essere umano. Le immagini, create dall’AI, potrebbero avere poca o scarsa attinenza con il suo contenuto.(scopri di più)
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